
Ibex edizioni mette in luce la tendenza degli ultimi anni a decolorare la vita: secondo alcune teorie, infatti, vi è nel mondo occidentale una drastica riduzione dei colori accesi per far spazio ai colori cosiddetti neutri, ovvero bianchi, grigi e neri, non dimenticando il tanto amato e odiato “taupe”, un mix di marrone e grigio molto in voga cinque anni fa.
L’ingrigimento interessa i capi d’abbigliamento, settore in cui felpe, cappotti e maglioni hanno subito una drastica deviazione verso i colori neutri, ma anche l’arredamento, in cui è evidente la predilezione per le tinte incolore sia nella scelta dei mobili che nel tinteggio delle pareti, sia nei complementi d’arredo (come i cuscini) che nel tendaggio. Le automobili non sono da meno, che sono sempre più verniciate in bianco, nero o grigio mentre negli anni ’90 erano rosse, gialle, verdi e blu.
Ciò che emerge a primo impatto è un evidente appiattimento della personalità: chi non ha mai detto “queste case sono tutte uguali?” entrando in una casa arredata dal 2010 in poi?
Soffermiamoci però sull’impatto che questi colori-non colori hanno sul mercato, a prescindere se ci piacciono o meno. Per fare ciò è interessante sapere che “la produzione di massa del Novecento impone uniformità, ripetibilità e riduzione dei costi perché l’oggetto neutro è più facilmente vendibile, adattabile e sostituibile”, mentre il colore, a maggior ragione se acceso, è soggetto a tante variabili, una tra tutte la moda del momento. I colori infatti, cambiano di stagione in stagione a seconda delle tendenze, mentre i neutri sono sempre vendibili.
Un dato da valutare è che “questa logica è intrinsecamente capitalista e anonima: ciò che è grigio, bianco o nero non disturba, non individualizza, ma si fonde nel flusso dei consumi”. Per un’azienda, si è detto, produrre oggetti neutri ha un minore impatto sulle rimanenze, nonché un minor costo di produzione. Sarà, quindi, che ci stiamo tutti piegando alle leggi del mercato e che il grigio non è davvero il nostro colore preferito? Il colore da sempre introduce variabilità e soggettività, da sempre è specchio di una caratteristica personale. “Come ti sta bene questo colore” è una frase più comune di “come ti sta bene questo grigio/nero”.


La domanda che dovremmo porci è questa: “qual è il colore che mi piace?”
Una domanda banale, che spesso gli adulti pongono ai bambini quando chiedono il loro colore preferito, e alla quale ogni bambino risponde in modo diverso: qualcuno dirà blu, qualcun altro verde, alcuni rosso e via così; è una domanda che però sembra essere dimenticata una volta cresciuti.
In sostanza, per sfidare le leggi del mercato e la loro “convenienza”, dovremmo avere più coraggio. Dovremmo ribellarci al low cost, alla moda imposta, al capitalismo che ci rende tutti uguali e che ci fa desiderare le stesse cose, o almeno credere di desiderarle.
Dovremmo tornare bambini e scegliere il nostro colore preferito, e se non c’è, iniziare a fare una bella tavolozza di colori e mischiarli insieme.
“La vita è un acquerello” cantava Toquinho, un acquerello in cui ognuno dovrà sceglie la sua tinta per essere davvero se stesso e non una sovrapponibile copia di qualcun altro.
M.M.
